Cultura Libri

UN LIBRO CHE HA SUSCITATO MOLTO INTERESSE: “UN TANGO PER IL DUCE”

Lo scrittore e giornalista spezzino Marco Ferrari racconta il suo ultimo romanzo

di Guido Ghersi

Il giornalista e scrittore spezzino Marco Ferrari ha pubblicato il suo ultimo romanzo, “Un tango per il Duce” (edito da “Voland”) e ha preso parte a diversi incontri pubblici per presentarlo e raccontarlo. Autore di romanzi e saggi storici come “Caporetto” e “Ho sparato a Garibaldi” (quest’ultimo scritto con Arrigo Petacco), nel volume “Un tango per il duce” Ferrari affronta una storia surreale e paradossale, che prende lo spunto da una domanda relativa ai tragici fatti dell’aprile 1945:Se il cadavere appeso in piazzale Loreto non fosse quello di Mussolini e ad essere catturato dai partigiani fosse stato il suo sosia ufficiale, mentre il vero duce prendeva il largo alla volta del Sud America come tanti gerarchi nazisti e fascisti?”. Un’ipotesi dalla quale lo scrittore spezzino fa iniziare la seconda vita di Benito Mussolini. Arrivato nel nuovo continente, l’ex dittatore si stabilisce in un paesino sperduto dell’entroterra argentino abitato da una piccola comunità di immigrati romagnoli. Raggiunti a stento da un’eco lontanissima della guerra, i residenti di Romagna Argentina lo accolgono con curiosità ma senza riverenze. Tuttavia, la forte personalità e la retorica tronfia del duce convincono presto un piccolo esercito di scapestrati a seguirlo in quella che dovrebbe essere la riconquista di Roma. Ma il viaggio si fermerà in una sperduta cittadina chiamata Generale Jacopetti, dove alla fine il duce per sopravvivere sarà costretto a vendere piadine. Con spunti dialettali e ironici, il mondo rovesciato della Patagonia mette a nudo i sogni di grandezza di Mussolini, costretto a muoversi tra galline e armadilli in un ambiente senza energia elettrica né linee telefoniche, che stronca sul nascere i suoi propositi di rivincita e fa sfociare la vicenda in una grottesca rappresentazione di un’improponibile svolta storica in cui il tango diventa una metafora dell’inconcludente desiderio di ritorno.

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